Noi di IMAGINE Traduzioni crediamo che “andare oltre le parole” significhi anche creare lo spazio perché ogni persona possa esprimersi per quello che è.

Nel nostro lavoro questo significa rispettare le singole individualità dei collaboratori e i modi diversi di guardare le cose, all’interno di un processo condiviso, fatto di regole e obiettivi. Perché è proprio dentro una cornice che lascia spazio alle persone che, spesso, nasce la vera magia.

Ed è proprio da qui che nasce la scelta, per questa puntata di “Persone che vanno oltre”, di raccontare Alberto, Giulietta e la storia di PrimaGioco. Un’associazione nata nel 2011 con un’idea semplice e, proprio per questo, rivoluzionaria: riportare al centro dello sport il gioco, quello libero che un tempo si faceva nei cortili. Un gioco in cui si imparava a stare insieme, a essere sé stessi, nel rispetto delle regole e degli altri.

Bastano pochi minuti con Alberto e Giulietta per capire che PrimaGioco non nasce dalla volontà di creare semplicemente un altro modo di fare basket. Nasce dalla voglia di guardare prima i bambini e poi gli sportivi.

Per anni hanno vissuto lo sport anche nella sua dimensione agonistica, conoscendone la bellezza, le soddisfazioni e i risultati. Poi hanno iniziato a vedere anche quello che rimaneva fuori.

«Abbiamo iniziato lavorando in modo agonistico dentro lo sport, però rendendoci conto che c’erano dei bisogni diversi perché questo modo di lavorare tagliava fuori una parte dei bambini che noi invece volevamo includere.»

I bambini più timidi. Quelli che facevano più fatica. Quelli che non trovavano il loro posto nei contesti più competitivi. E proprio lavorando nelle scuole si sono accorti di una cosa importante: coinvolgere tutti non toglieva niente a nessuno. Anzi.

«Ci siamo resi conto che questa cosa regalava molto anche a noi.»

Da lì nasce un modo diverso di guardare allo sport. Il gioco torna a essere il punto di partenza: naturale, libero, accessibile. Quello dei cortili, quando i bambini avevano ancora spazi in cui incontrarsi, discutere, trovare un accordo e ricominciare a giocare.

Erano spazi con delle regole, ma non c’era un solo modo di essere bambini. C’era spazio per chi correva, per chi osservava, per chi inventava e per chi aveva bisogno di un po’ più di tempo. Il gioco permetteva a ciascuno di trovare il proprio modo di stare nel gruppo.

Forse è proprio questo che oggi rischiamo di perdere: la possibilità di esprimerci senza dover essere tutti uguali.

«Il gioco è assolutamente inclusivo per tutti. Non tutti devono arrivare allo stesso traguardo, ma tutti devono avere la possibilità di giocare il più possibile.»

È un principio che diventa ancora più forte quando entra in campo il basket inclusivo. Qui giocano insieme ragazzi con e senza disabilità. Non come eccezione. Non come momento speciale. Semplicemente insieme.

«Loro giocano insieme e si divertono, si divertono tutti. E succede qualcosa di magico, che va oltre il campo.»

Ed è forse proprio quella magia a raccontare meglio il senso del loro lavoro di PrimaGioco. Quando le persone hanno la possibilità di esprimersi, possono nascere relazioni che nessuno avrebbe potuto programmare. Come quella tra due bambini che, durante gli allenamenti, finiscono per cercarsi continuamente: ciascuno con le proprie difficoltà e i propri punti di forza. Insieme trovano un modo di stare nel gruppo che forse nessuno avrebbe potuto insegnare loro. Perché l’inclusività, alla fine, non si insegna soltanto. Si vive.

Oggi PrimaGioco coinvolge circa 400 bambini nei diversi centri della Bassa Modenese e 67 ragazzi e ragazze con disabilità, distribuiti in otto squadre.

Numeri importanti, certo. Ma ascoltando Alberto e Giulietta si capisce che non sono i numeri a interessare davvero. È quello che succede dentro quei numeri: il bambino che finalmente resta, il ragazzo che trova il suo gruppo, il genitore che impara a guardare il proprio figlio con occhi diversi.

«Perché l’obiettivo non dovrebbe essere “mio figlio fa più canestri”, ma “mio figlio riesce a giocare con gli altri ed è migliorato all’interno del gruppo.”»

Giocare ha un valore enorme a qualunque età. Come ricorda Giulietta prendendo in prestito un aforisma di George Bernard Shaw:

“Non si smette di giocare perché si invecchia, ma si invecchia perché si smette di giocare.”

E quando chiediamo ad Alberto e Giulietta cosa significhi per loro “andare oltre”, la risposta arriva quasi naturalmente.

«Andare oltre le barriere che si dà alla disabilità.»

 

Ma forse la storia di PrimaGioco ci dice qualcosa di ancora più ampio: andare oltre significa avere il coraggio di mettere in discussione un modello quando non lascia spazio a tutti e provare a costruirne uno diverso, in cui ciascuno possa esprimersi, trovare il proprio posto e sentirsi parte.

La libertà di esprimersi non significa eliminare le regole. Significa avere uno spazio in cui le regole non cancellino ciò che siamo. Ed è un principio che, come IMAGINE, non possiamo che condividere pienamente.

Grazie Alberto e Giulietta, buon gioco!
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La storia di PrimaGioco non finisce qui: in una delle prossime puntate incontreremo anche Alessandro, fotoreporter di rilievo internazionale e parte di PrimaGioco, per scoprire come il loro impegno abbia superato i confini geografici, portando il basket fino ai piccoli monaci del “piccolo Tibet”.

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